Storie sciagurate di Max Condreas. Recensione di Erenio Fasano

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Tra il grottesco e la grazia malata: un’antologia che scolpisce l’assurdo nella pietra della provincia

C’è un momento, leggendo “Storie sciagurate”, in cui ti accorgi che qualcosa ha iniziato a muoversi sotto pelle. Una strana risata, forse la tua, si mescola a un’inquietudine sottile. È come se avessi appena sbirciato dietro la maschera della normalità e ciò che hai visto — pur deforme, ridicolo, assurdo — somigliasse terribilmente al mondo reale. Più reale del reale stesso.

Max Condreas non scrive per rassicurare, scrive per disturbare il torpore, per ricordarti che il mostro non è mai fuori, ma sempre un pò più vicino del previsto. Forse dentro. Forse dietro la porta accostata della cucina, o nel dialetto biascicato di un vicino.

Questa non è una raccolta di racconti, è un bestiario morale travestito da barzelletta sporca, un libro che ride e morde allo stesso tempo. E se ti sembra di esserne uscito illeso, rileggilo: potresti scoprire che ha già messo radici

C’è qualcosa di marcio — eppure irresistibilmente vivo — nella provincia sudpontina narrata da Max Condreas. In “Storie sciagurate”, l’autore si avventura tra le crepe del quotidiano con la determinazione di un anatomopatologo e la grazia perversa di un esteta decadente. Il risultato è una raccolta di racconti che non si limita a fotografare la realtà, la seziona, la deforma, la reinventa. La trasfigura. Come un giullare barocco ubriaco di realtà e allucinazione, Condreas scrive storie che sono insieme carne e visione, farsa e abisso, satira e disperazione.

Un teatro dell’assurdo in salsa pontina!

Se Oscar Wilde avesse conosciuto i bar di periferia, i parcheggi di sabbia battuta e le piazze stanche della provincia italiana, forse avrebbe sorriso leggendo queste storie. Perché Condreas — come Wilde — non racconta mai per compiacere. Racconta per svelare, con sottile crudeltà, l’insensatezza mascherata da normalità. Ogni racconto è un piccolo palcoscenico tragicomico, dove l’assurdo si insinua nei gesti banali e l’orrore cresce all’ombra della consuetudine.

L’autore attinge a una materia prima cruda e pulsante: la vita vera, sporca, deformata dalla lente del grottesco. Gli ambienti sono quelli riconoscibili dei paesini del basso Lazio, famiglie disfunzionali, riti da bar del lunedì mattina. Ma il tono narrativo li trascina in un’altra dimensione, un luogo dove il reale implode e si converte in parodia nera, in allegoria, in incubo comico.

C’è un’analogia potente e sorprendentemente precisa tra l’opera di Condreas e le sculture del Bernini: entrambi sono esercizi di liberazione artistica, entrambi partono dalla materia (marmo o realtà) per arrivare alla forma visionaria. Bernini non scolpisce statue: dissotterra spiriti.

Nel marmo vivo delle sue opere c’è un’agonia trattenuta, un urlo che non ha mai smesso di vibrare. Le sue figure non sono immobili, sono imprigionate in un eterno spasmo, come anime condannate a desiderare per sempre senza mai toccare.

La sua arte è un cimitero sublime, dove la carne e il sacro si intrecciano con una sensualità spettrale. Ogni piega, ogni gesto, ogni sguardo rivolto al cielo sembra chiedere pietà non a Dio, ma al vuoto.

Nel cuore del barocco, Bernini ha aperto un varco e da quel varco escono non solo santi, ma demoni bellissimi, imploranti, senza pace. Come il Bernini, il nostro Condreas modella i suoi personaggi per esorcizzare il presente. La provincia non è solo sfondo, ma è carne viva, a volte putrescente, altre volte grottescamente nobile, sempre autentica.

Le sue figure ridicole, spietate, infantili o morbosamente adulte, sono mostri che ridono e piangono insieme, colti nell’atto di fallire, di desiderare, di perdersi. L’effetto è straniante e a tratti, disturbante. Ma mai gratuito. Perché sotto l’inquietudine c’è sempre una voce limpida e coerente, che rifiuta la banalità e il conformismo e che si muove secondo una logica narrativa personale e spregiudicata.

Max non è solo un “paroliere”, ma un vero e proprio “chirurgo dell’assurdo”.

Il lavoro di Condreas è quello di un osservatore chirurgico, lucido fino alla crudeltà. Ogni storia è costruita con una precisione che ricorda certi racconti di Kafka, ma attraversata da una vitalità tutta italiana, viscerale, teatrale. Non c’è compiacimento estetico, c’è un’urgenza di raccontare. Il grottesco non è mai un esercizio di stile, ma uno strumento di verità.

E se la scrittura, come sosteneva Baricco, è il tentativo di rendere musicale la realtà, Condreas suona uno strumento scordato e selvaggio. Eppure sa dove mettere le mani: nelle pause, nei ritmi, negli strappi improvvisi, nella voce narrante che si permette ironie, violenze, dolcezze inaspettate. La sua è una lingua che taglia, ma che sa anche accarezzare.

“Storie sciagurate” non lascia spazio ai perbenisti dei salotti letterari in onda in prima serata. Bensì strappa le carni alla satira, alla scapigliatura e al cinema grottesco.

I riferimenti culturali che emergono sono numerosi e sfaccettati. Dalla scapigliatura ottocentesca, fino al teatro dell’assurdo e alla tradizione del racconto filosofico europeo. Ma Condreas non si limita a citare. Lui assimila, mastica, rielabora e te lo sputa letteralmente in faccia. E restituisce un’opera personalissima.

Temi come la Noia e il Dubbio emergono in filigrana, mai come pose esistenzialiste, ma come veri motori narrativi. L’autore li maneggia con ironia e rigore, evitando ogni deriva autocelebrativa o pomposa. C’è qualcosa di profondamente onesto nel modo in cui queste “sciagure” vengono raccontate: senza moralismo, senza redenzione, senza scappatoie. Ma anche senza disperazione compiaciuta.

Max è baluardo di libertà totale, oltre il politicamente corretto

In tempi di sensibilità iper-regolate e confini linguistici sempre più stretti, Storie sciagurate è un atto di libertà espressiva che ha quasi del sacrilego. Ma non per sciatteria, bensì per necessità. L’autore sa che l’arte che non rischia è solo intrattenimento. Così, i suoi racconti affondano le mani dove altri distolgono lo sguardo: tra i tabù, le antipatie, le avversioni, le insofferenze, le intolleranze, la ripugnanza, le piccolezze umane che tutti conoscono ma pochi raccontano.

Eppure, questa libertà non è mai gratuita. Non c’è pornografia del dolore, né sfoggio cinico di bassezze. C’è una vocazione narrativa autentica, che osa dove serve, che taglia dove deve, che non indietreggia di fronte al ridicolo o al male.

Storie sciagurate è un libro che non si lascia addomesticare. È letteratura “sporca”, nel senso migliore del termine. Viva, sporca di realtà, di corpi, di voci. Una raccolta che riesce ad essere provinciale e universale, crudele e commovente, leggera e profondissima.

Condreas ci restituisce una visione del mondo che non consola, ma che risveglia. E in un’epoca di narrazioni asettiche e compiacenti, questa è già una forma di resistenza.

Alla fine di queste pagine ci si sente un pò come dopo un sogno agitato: spettinati, perplessi, ma stranamente lucidi.

Condreas non cerca di insegnare nulla, non promette verità salvifiche. Ti accompagna solo fino allo specchio più storto della casa e ti invita a guardarci dentro. A volte, il riflesso che ne esce fa ridere. Altre volte, spaventa.

Ma in ogni caso, resta. E come ogni storia ben riuscita, ti sporca. Di realtà, di dubbio, di libertà.

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a cura di: Erenio Fasano