Salotto Battisti, quando la musica diventa un viaggio

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Su una terrazza affacciata sul mare, le canzoni di Lucio Battisti hanno riacceso memorie, voci e storie. E alla fine il pubblico non voleva ancora scendere dalla nave.

La riuscita di una serata di musica live è sempre conseguenza di un insieme di fattori che contribuiscono a far sì che tutto scorra bene.

Il pubblico, il posto — pardon, la location — dove avviene l’evento, il clima, un pubblico predisposto a collaborare con l’artista e un artista che sappia relazionarsi e stimolare la platea. Ieri sera questi elementi c’erano tutti. Anche il caldo, a dire il vero. Un caldo africano, nonostante fossimo all’aperto, su un magnifico terrazzo affacciato sul mare.

Il posto, poi, aveva qualcosa di speciale. Non era proprio una rotonda sul mare, ma ci andava abbastanza vicino da farci sentire autorizzati a fantasticare. Il Club Nautico di Gaeta conserva intatto quel fascino vintage che ha sempre avuto e quell’ aspetto da ponte di una nave da crociera. Forse sarà la vicinanza alla base nautica Flavio Gioia e alle numerose imbarcazioni da diporto che sono presenti nel porticciolo e che si intravedono dal terrazzo. E, considerando che Augusto Amicucci ha una lunga esperienza come pianista e cantante sulle navi da crociera che passano nel nostro Golfo, l’idea di trovarci, almeno per qualche ora, su una nave immaginaria non era poi così peregrina.

La serata si chiamava Salotto Battisti, un nuovo format ideato da me e da Augusto Amicucci. Un salotto, dunque. Non un semplice concerto e neppure una conferenza musicale. Piuttosto un luogo nel quale la musica può essere ascoltata, raccontata, commentata e condivisa. Il compito di tenere insieme i pezzi è toccato a me. Presentare, introdurre, commentare, fare da collante e, quando possibile, osservare quello che succedeva davanti e intorno a me. Un doppio ruolo che non è sempre facilissimo da gestire: essere contemporaneamente dentro la serata e guardarla da fuori. Ma forse è proprio questo il bello.

Augusto comincia con alcuni evergreen anglo-americani. Lo fa con la sicurezza e la professionalità del pianista navigato, quale è, abituato a intrattenere pubblici diversi e a creare immediatamente un’atmosfera. Poi arriva il momento di imboccare la strada maestra: Lucio Battisti.

Il primo brano è Non è Francesca. Prendo la parola e provo a mettere a fuoco il personaggio della canzone: l’innamorato che vede, o crede di vedere, qualcosa che non vorrebbe vedere e si ostina a non crederci. La testardaggine di chi è innamorato, perché l’amore, si sa, rende ciechi.

Poi Augusto riparte con E penso a te e I giardini di marzo. Ed è qui che succede qualcosa. Il pubblico comincia a canticchiare. Sono melodie che conosciamo talmente bene da non aver bisogno di essere ricordate. Bastano poche note e la memoria fa il resto. Prendiamo di nuovo la parola per sottolineare il potere evocativo di quelle canzoni, che per molti di noi sono state la colonna sonora dell’adolescenza e della giovinezza. E dico anche — Augusto approva — che ci piace molto quando, durante una serata, dal pubblico viene fuori un coro all’unisono. Non dobbiamo aspettare molto.

Con Mi ritorni in mente il pubblico prende definitivamente il largo. È una canzone che sembra fatta apposta per essere cantata: già l’apertura melodica della strofa, con quelle note che si aprono come un piccolo assolo di violino, rende quasi impossibile resistere. E poi ci sono quelle parole che hanno caratterizzato un’epoca. Quando Augusto attacca Mi ritorni in mente e con un gesto della mano invita il pubblico a continuare, sembra quasi che abbiamo fatto le prove tutti insieme: “bella come sei e forse ancor di più” .La risposta arriva puntuale. Ma subito dopo arriva il ritornello. La musica e il ritmo cambiano, il basso e la cassa battono a quattro e l’atmosfera si trasforma. Quella che sembrava soltanto una canzone da cantare insieme diventa improvvisamente una storia da seguire. Il sospetto del tradimento si insinua nelle parole e anche nel pubblico. Ora si ascolta per capire come va a finire. Ed è proprio questo che cercavamo: non soltanto riconoscere una canzone, ma tornare ad ascoltarla. Scoprire magari, dopo tanti anni, che dentro quelle parole c’è ancora una storia capace di coinvolgerci. Ormai pubblico e cantante hanno preso l’abbrivio — parola da marinaio consumato, particolarmente appropriata qui al Club Nautico di Gaeta e certamente preferibile a una qualsiasi altra metafora.  Si continua con Fiori rosa, fiori di pesco, La canzone del sole, Con il nastro rosa.

La pausa mi permette di riprendere la parola e di condividere quello che ormai è diventato evidente: siamo tutti dentro la serata. A questo punto possiamo andare avanti. Un’avventura, 10 ragazze, Acqua azzurra acqua chiara, Si viaggiare, Una donna per amico, Il tempo di morire, Pensieri e parole. Una sequenza di capolavori che appartengono alla memoria collettiva di almeno un paio di generazioni. Ma proprio quando la serata sembra aver trovato il suo ritmo definitivo, arriva un momento che cambia registro.

Fino a quel momento Adriana era rimasta in disparte. Seduta ad ascoltare, attenta, quasi silenziosa. Aveva tra le mani alcuni fogli sui quali ogni tanto buttavo lo sguardo. Era il testo di Emozioni. La chiamo alla postazione musicale. Non è una professionista della recitazione o della “declamazione” come si diceva una volta e non deve esserlo. Le chiedo semplicemente di leggere quelle parole cercando di restituirne il più possibile il senso e l’emozione. Non c’è bisogno di spiegare quanto sia importante quel brano. Basta pronunciarne l’inizio: ”Seguir con gli occhi un aquilone sopra il fiume e poi…” E succede qualcosa. L’atmosfera cambia di colpo. Il pubblico ammutolisce. Non è più il silenzio attento di chi aspetta la prossima canzone. È un silenzio diverso, più concentrato, quasi intimo. Guardo Adriana mentre legge. Poi guardo il pubblico. Quando finisce, Augusto non dice nulla. Si mette al piano e comincia a suonare l’introduzione di Emozioni. Poi parte. Niente batteria, niente basso, niente altro: soltanto il pianoforte e la voce. Applausi a scena aperta. È uno di quei momenti nei quali capisci che non serve aggiungere nulla. Ma la serata non è ancora finita. Dopo il bis chiamo al palco Vincenza. Qualche giorno fa aveva espresso il desiderio — su mia sollecitazione — di leggere L’arcobaleno, il brano scritto da Mogol sulla musica di Gianni Bella e portato al successo da Adriano Celentano, pochi mesi dopo la morte di Lucio Battisti. Prima ancora di leggere il testo, però, Vincenza ne ricostruisce la storia. E qui la vicenda si fa intrigante. Mogol ha raccontato di essere stato contattato, dopo la morte di Battisti, da una medium che sosteneva di aver ricevuto da Lucio un messaggio per lui: avrebbe dovuto scrivere una canzone sul tema dell’arcobaleno. Una storia che sembra uscita da un romanzo e che, comunque la si voglia interpretare, ha contribuito alla nascita di uno dei brani più particolari della musica italiana. La cosa curiosa è che dietro questa storia quasi esoterica c’è anche una vicenda molto concreta: quella della separazione fra Mogol e Battisti, avvenuta nel 1980, dopo una collaborazione straordinaria. Una separazione nella quale ebbero un peso anche le questioni legate ai diritti e ai proventi editoriali. Una strana parabola, dunque: due uomini che avevano costruito insieme una parte fondamentale della canzone italiana si allontanano; passano gli anni e, dopo la morte di Lucio, Mogol scrive una canzone che sembra arrivargli proprio da quella storia interrotta. Vincenza racconta tutto con dovizia di particolari. Devo dire che nella ricostruzione storica è decisamente più efficace che nella lettura del testo. Ma non importa. Adriana, che poco prima aveva letto Emozioni, ascolta attentamente. E con lei tutto il pubblico. A questo punto non siamo più soltanto davanti a una canzone. Siamo dentro una storia che mescola amicizia, separazione, memoria, musica e persino qualcosa di inspiegabile. E in un Salotto Battisti tutto questo ci sta perfettamente.

Augusto interpreta L’arcobaleno. Poi il salotto si allarga ancora. Arriva Mediterraneo, il celebre brano di Mango. Prima che Augusto cominci, io e il maestro facciamo anche un breve cenno alla tecnica vocale del falsetto. Una piccola digressione musicale, niente di più: siamo in un salotto, non in un’aula. Poi L’emozione non ha voce.

A questo punto sembrerebbe davvero arrivato il momento di chiudere. Ma il pubblico, ormai, ha capito che Augusto può permettersi qualche deviazione dal repertorio di Battisti. E cominciano ad arrivare le richieste. Così c’è tempo anche per un omaggio a Peppino di Capri, con la sua intramontabile Champagne.

Per l’occasione invito il mio amico Enzo a ballare. Solo lui. Enzo si è presentato al Club con una bella donna bionda vestita di nero. I due hanno il coraggio — o forse semplicemente la leggerezza — di mettersi a ballare da soli, mentre tutta la sala li guarda incuriosita. La scena è perfetta. La sua compagna trova il modo e il tempo di farmi arrivare, con l’ironia tipica delle donne di Napoli, una precisazione: lei non è la “nuova” compagna. È la compagna. Incasso anche questo simpatico rimprovero, dopo quello sulle Bermude dell’ultima volta.

E finalmente siamo davvero al finale. O almeno così sembra. Dal pubblico arriva infatti un’altra richiesta: Fabrizio De André. Augusto non si scompone e ci regala un trittico formidabile: La canzone di Marinella, Dolcenera e Don Raffaè. A questo punto siamo tutti felici e contenti. Ci pensa Salvatore Cicconardi, vicepresidente e già docente universitario, a prendere il microfono. Ringrazia tutti e sottolinea anche il valore culturale della serata. Un riconoscimento che mi fa particolarmente piacere, perché è proprio questo che abbiamo cercato di fare: stare dentro la musica senza trattarla come un semplice sottofondo, provando a restituirle storie, contesto, memoria e la possibilità di essere ancora ascoltata. Io ringrazio Silvana, mia collega di Lettere di qualche anno fa, e saluto Paolo Micalizzi, il Presidente del Club Nautico di Gaeta, che non ha potuto essere presente ma che abbiamo ricordato più volte. Perché anche questa serata, in fondo, porta un po’ la sua firma. È stato lui a credere fin dal primo momento nella possibilità di realizzarla e a sostenerne l’idea.

Arriva quindi il momento di chiudere. Ma guardando il pubblico mi accorgo che nessuno sembra particolarmente stanco. Sono soddisfatti, certo, ma ancora disponibili a fermarsi, a commentare, a ricordare un brano, una frase, un momento della serata. Ed è forse questo il segnale più sincero che qualcosa ha funzionato. Per un paio d’ore siamo stati tutti contemporaneamente ascoltatori e partecipanti. Siamo partiti da Battisti e, quasi senza accorgercene, siamo passati per Mango, Peppino di Capri, De André. Abbiamo cantato, ascoltato, raccontato, ricordato. Qualcuno ha persino ballato.

E forse è proprio questo il senso di un salotto musicale. Non una platea da convincere, non un pubblico da intrattenere a tutti i costi, ma persone che a un certo punto si ritrovano dentro le canzoni e decidono spontaneamente di restarci ancora un po’.Il terrazzo, intanto, è sempre lì. Il mare davanti. La notte intorno. Per qualche ora abbiamo fatto finta di essere su una nave da crociera  che navigava lentamente verso una destinazione non meglio precisata. Un posto che non sapevamo nominare, ma che evidentemente ci piaceva. Poi la musica finisce, le luci si riaccendono e la nave torna in porto. Ma qualcosa resta. Forse sono proprio quelle canzoni che conoscevamo già e che, per una sera, abbiamo ascoltato come se fosse la prima volta.

Tu chiamale, se vuoi… emozioni.

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a cura di: Olimpio Di Mambro
Storyteller e divulgatore musicale