Quei ricordi che contano. Da un ritaglio di giornale uno spunto per riflettere

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deComporre non è stata, e non vuole essere, solo un’associazione come tante.

Questo ritaglio del 2014 non è una piccola reliquia di carta, una scheggia di strada, una prova fragile e feroce di ciò che siamo sempre stati: agitatori culturali, portatori sani di parole, gente che non ha mai chiesto il permesso per trasformare la poesia in presenza.

Era il 17 aprile 2014.
La Libreria dei Lettori di Firenze, accanto al Teatro della Pergola, diventava per una sera un cenacolo vivo, minimo, quasi clandestino. Da Gaeta arrivavamo io e Sandra Cervone, con addosso il mare, la provincia, la fame buona di chi crede ancora che la cultura possa attraversare le città senza inchinarsi alla distanza. Dall’altra parte Firenze, con Enrico Zoi, Riccardo Barbieri e Massimo Blaco: anime diverse, stessa febbre.

Quella sera c’era un ponte.

Tra Gaeta e Firenze.
Tra il mito e la carne.
Tra Dante, Enea, Caieta e quei ragazzi che cercavano un modo per dire: ci siamo anche noi.
C’era la convinzione, forse ingenua e per questo ancora più necessaria, che la poesia non dovesse restare chiusa nei salotti buoni, nei curriculum, nelle vetrine sterili del prestigio. Doveva sporcarsi le mani, entrare nelle librerie, nei teatri, nei paesi, nelle scuole, nei corpi, nelle vite.

deComporre nasce anche da questo.
Dal bisogno di rompere la forma quando la forma diventa gabbia.
Dal desiderio di dare voce a chi resta ai margini del discorso.
Dalla certezza che la cultura non sia un ornamento elegante, ma un atto di resistenza.

In questi anni abbiamo camminato molto.
Abbiamo scritto, letto, ascoltato, sbagliato, ricominciato. Abbiamo portato libri dove serviva una scintilla, parole dove c’era silenzio, bellezza dove sembrava non esserci spazio. Abbiamo incontrato artisti, ragazzi, scuole, fragilità, periferie emotive. Abbiamo imparato che la poesia non salva sempre, ma può impedire al buio di avere l’ultima parola.

Questo ricordo del 2014 ci riguarda ancora.
Perché dentro quella pagina c’è già tutto. La partenza, l’urgenza, l’amicizia, la visione.
C’è l’idea che la cultura debba agitare, incidere, mettersi in viaggio.

deComporre è questo.
Una casa senza pareti per chi crede ancora nella parola come ferita luminosa.
Un laboratorio umano prima ancora che artistico.
Un piccolo presidio contro la deriva dell’indifferenza.

E se oggi guardiamo indietro, non è per nostalgia.
È per ricordarci da dove siamo partiti.
E per continuare, con la stessa fame, a portare la poesia dove pulsa ancora la vita.

deComporre non è stata solo un’associazione.
È stata, ed è ancora, un modo di stare al mondo.

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a cura di: Erenio Fasano