Le rotte invisibili della canzone d’autore: se la musica internazionale viaggia controcorrente

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Dalle lande del folk britannico alle grandi ballate pacifiste, fino alle periferie di De André e alle pendici di un vulcano: cronaca di una notte in cui la divulgazione musicale ha sfidato le convenzioni di una platea esclusiva per ritrovare l’essenza della parola e della terra.

Racconto di una notte speciale

Ci sono momenti in cui, da divulgatore musicale, sento il bisogno di spegnere i riflettori sui soliti grandi successi di massa. Preferisco posare lo sguardo su quelle canzoni che viaggiano nell’ombra: brani non convenzionali, quasi segreti, appartenenti alla grande scuola cantautorale internazionale che il grande pubblico ha dimenticato o non ha mai avuto l’occasione di incrociare.

È quello che è successo l’altra sera al Circolo Nautico di Gaeta, di fronte a una platea da sempre abituata a proposte artistiche e culturali di grande raffinatezza. Sul palco è salito un artista difficile da catalogare secondo le logiche commerciali. Se proprio gli si deve dare un’etichetta, lui preferisce definirsi un folk-singer. Si chiama Tullio Taffuri ed è uno stimato docente di Storia dell’Arte al Liceo Classico di Formia. Ma c’è di più: Taffuri ha un dottorato in Storia del Giardinaggio e una necessità viscerale di vivere immerso nella natura, tanto da aver scelto di stare in campagna alle pendici del vulcano di Roccamonfina, pur avendo casa a Formia. Un dettaglio che la dice lunga su un personaggio che mette la terra e la bellezza al centro della sua vita e della sua musica.

La sua è stata una scelta coraggiosa e spiazzante, capace di cambiare subito l’aria in sala. Non appena risuonano le prime note, la mente vola a nord, verso le nebbie del folk britannico più puro. Il brano d’apertura è Sail Away to the Sea, una perla portata al successo dalla voce celestiale e malinconica di Sandy Denny insieme agli Strawbs alla fine degli anni Sessanta.

Sul palco non c’è spazio per l’approssimazione. L’impatto è immediato, grazie a una pronuncia inglese accurata e rigorosa che restituisce il giusto peso a ogni singola parola. Ma è lo strumento a fare la magia: corde sfiorate con delicatezza e sorrette da una ritmica sicura da musicista navigato, che liberano quell’arpeggio ipnotico di chi sa esattamente cosa vuole dalla propria chitarra. Poi, a sorpresa, arriva l’imprevisto: Tullio imbraccia l’armonica. Ed è lì che si compie un piccolo miracolo acustico. La suona forse persino meglio della chitarra, ma senza alcuna rigidità didattica; ci soffia dentro con un istinto viscerale e una purezza che arrivano dritti allo stomaco. Il pubblico si lascia subito catturare da questo sapore di cantautorato vero, d’altri tempi.

Il secondo pezzo in scaletta alza subito la asticella culturale ed emotiva: Tullio propone una vibrante versione di Where Have All the Flowers Gone?, l’immortale inno pacifista di Pete Seeger, ricordando anche la celebre interpretazione di Joan Baez.

Da lì, il viaggio compie un salto geografico e concettuale notevole: dalle grandi pianure e dalle valli dei cantautori americani ci ritroviamo catapultati nel fango e nella desolazione delle nostre periferie urbane. Tullio attacca Una storia sbagliata di Fabrizio De André, il brano dedicato alla tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini. Nel ritornello Faber canta: “È una storia da non raccontare / è una storia da dimenticare”. Una frase intrisa di ironia e provocazione, usata proprio per gridare il contrario e denunciare una verità scomoda che l’Italia perbenista dell’epoca avrebbe preferito insabbiare.

Qualcuno tra il pubblico apprezza il coraggio del pezzo, qualcun altro fatica ad adattarsi a questo cambio di tono. Una giovane signora elegantissima, con un perfetto look estivo e un sorrisetto ironico, trova persino il modo di farmi notare che indosso i bermuda e che, forse, non dovrei trovarmi lì. Ho ricambiato lo stesso sorrisetto per risponderle che, stia pur certa, Pasolini avrebbe decisamente apprezzato i miei bermuda.

Poco dopo, un’altra signora elegante sente il bisogno di sussurrare — a voce un po’ troppo alta — verso il palco: “Ci fa una canzone che conosciamo?”. Tullio non si scompone. Con una flemma e un savoir-faire invidiabili attacca Take Me Home, Country Roads di John Denver, aggiungendo poi con sottile ironia: “Cambio la mia scaletta secondo le vostre esigenze”. Da divulgatore mi chiedo: l’inno di John Denver è davvero così di massa in un club, o è stata la scommessa vinta di un artista che sa come gestire la sala?

Subito dopo dal pubblico chiedono a gran voce La canzone di Marinella. Tullio, imperturbabile, risponde invece con Blowin’ in the Wind. Non un brano qualunque, ma l’opera di un Premio Nobel per la Letteratura. È la canzone della mia gioventù: quell’atmosfera mi fa sentire finalmente nel posto giusto.

Sempre con la sua solita eleganza, il nostro artista vira poi verso porti più sicuri, regalandoci una versione intima e impeccabile de Il cielo in una stanza di Gino Paoli. Il mio alter ego interiore, sempre pronto a pungolare quando serve, mi sussurra all’orecchio: “Ma se l’ha cantata pure Carla Bruni, come fa a essere una gemma nascosta?”. Poi però mi ricompongo. Da vecchio pianista di pianobar con lunghi trascorsi sulle navi da crociera, devo ammettere che il famoso “Giro di Do” — quella progressione armonica di quattro accordi giudicata banale dai puristi — ha permesso di nascere a capolavori immortali proprio come questo. La semplicità, quando incontra il genio, diventa arte.

Il finale è un crescendo di energia d’epoca con la coppia C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones ed E la pioggia che va. L’armonica di Tullio qui suona ancora più decisa, mentre tra i tavoli si inizia a canticchiare e a sorridere. C’è spazio anche per un suo brano inedito dal sapore popolare, intitolato Ai campi, ai campi, che racconta bene il suo legame con la terra.

Ma il vero momento culminante del repertorio — una selezione di brani che per ragioni di spazio non posso citare tutta — è stato un doppio omaggio a Fabrizio De André, molto apprezzato dalla sala. Tullio ha eseguito prima la struggente poesia di Andrea, per poi coinvolgere tutti sulle note de Il pescatore.

Infine è arrivata anche la tanto attesa La canzone di Marinella. All’ultimo accordo non ho resistito. Preso da un impulso irrefrenabile, ricordando uno dei seminari che ho tenuto tempo fa su Faber all’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado, mi sono alzato e ho preso il microfono per una breve nota da divulgatore (un ruolo che mi si cuce addosso sempre di più). Ho voluto ricordare a tutti che quella meraviglia scritta nel 1963 divenne la fortuna artistica ed economica di Fabrizio solo nel 1967, grazie all’intuizione e alla voce di Mina che la incise per prima, cambiandone per sempre la storia. Il pubblico ha gradito la parentesi storica.

La serata si è chiusa così, lasciando spazio alla notte e alle note che in sottofondo arrivavano dai locali ancora aperti sul lungomare.

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a cura di: Olimpio Di Mambro
Storyteller e Divulgatore Musicale