Il talento che cura: il modello Officine Buone

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L’ INTERVISTA | Dialogo con Officine Buone, Organizzazione di Volontariato iscritta al RUNTS

Musica, cucina, creatività e volontariato giovanile per trasformare ospedali, scuole e periferie in luoghi di energia e rinascita.

Officine Buone è un’Organizzazione di Volontariato iscritta al RUNTS che ha rivoluzionato il modo di fare volontariato in Italia. Un vero incubatore di idee per l’innovazione sociale, dove giovani talenti — musicisti, chef, creativi, videomaker — mettono le proprie competenze al servizio delle comunità più fragili.

Dal 2013 l’associazione porta nei reparti ospedalieri format culturali innovativi come Special Stage e Special Cook, coinvolgendo ogni anno centinaia di giovani under 35 e costruendo un ponte tra creatività e cura. Oggi Officine Buone opera anche nelle scuole e nelle periferie urbane, con progetti educativi che promuovono cittadinanza attiva, empatia e partecipazione.

La sede operativa si trova presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ma la rete di collaborazioni abbraccia tutta Italia: dal Policlinico Gemelli di Roma al Niguarda, dal San Raffaele al Policlinico di Milano, fino a RSA, centri diurni e reparti pediatrici.

Un dialogo con Officine Buone, l’associazione che porta cultura e innovazione sociale negli ospedali italiani

Gaeta News 24 ha incontrato il team di Officine Buone per raccontare da vicino una realtà che sta cambiando il volto del volontariato giovanile in Italia. Dai talent musicali che portano luce nei reparti oncologici agli show‑cooking che trasformano le corsie in luoghi di incontro e creatività, fino ai progetti educativi dedicati alle scuole e alle periferie urbane: ogni iniziativa nasce con l’obiettivo di avvicinare i giovani al sociale attraverso linguaggi che sentono propri.

Un modello innovativo che unisce talento, cura e partecipazione, capace di generare valore sia per i pazienti sia per i volontari, creando comunità più consapevoli, sensibili e attive.

Officine Buone nasce come “incubatore di idee buone”. Cosa significa oggi mettere il talento al servizio del sociale?

Mettere il talento al servizio del sociale, per Officine Buone, significa trasformare competenze, creatività e passioni in strumenti concreti di impatto.

Vuol dire, riconoscere il valore del talento come leva di cambiamento: artisti, musicisti, chef e attori non sono solo professionisti, ma possono diventare facilitatori di benessere, relazione e inclusione, soprattutto in contesti fragili come ospedali, carceri o periferie.

Significa anche uscire dalla logica della performance fine a sé stessa e orientarla verso uno scopo: il talento non è più solo espressione individuale, ma diventa un mezzo per generare connessioni, attivare energie positive e creare esperienze significative per gli altri.

Inoltre, vuol dire creare spazi di incontro autentico, dove chi porta il proprio talento e chi lo riceve partecipano a uno scambio reciproco.

In sintesi, il talento è posto come strumento di solidarietà.

I vostri progetti coinvolgono soprattutto giovani under 35. Come riuscite a trasformare la reticenza verso l’ambiente ospedaliero in entusiasmo e partecipazione?

Molti ragazzi, percepiscono inizialmente l’ambiente ospedaliero come distante o complesso. Per questo il nostro lavoro parte prima di tutto dalla narrazione e dal dialogo, presentando il volontariato come un’opportunità reale di mettere in gioco il proprio talento in contesti dove può generare un impatto importante.

Attraverso il progetto InVolontari di domani portiamo la cultura del volontariato nelle scuole superiori. Durante gli incontri nelle scuole i volontari stessi condividono esperienze dirette, storie e testimonianze. Questo è un inizio per superare la reticenza iniziale e a trasformarla in curiosità.

Accompagniamo i giovani volontari in ogni fase. Qualcuno di noi è sempre presente alle singole date in ospedale, nel tentativo di creare un ambiente famigliare e sicuro così da percepirlo non come qualcosa da temere, ma come uno spazio di incontro e scambio.

Quando poi vivono l’esperienza diretta, spesso scoprono che non si tratta di un gesto unidirezionale, ma di un vero scambio umano, che genera coinvolgimento per entrambe le parti.

Special Stage è diventato un format di riferimento: giovani artisti che portano musica nei reparti, con i pazienti nel ruolo di giudici. Qual è la forza di questo progetto?

Nel corso degli anni, Special Stage ha accolto centinaia di musicisti emergenti, dando loro un palcoscenico non convenzionale e profondamente umano.

Suonare in ospedale significa confrontarsi con un pubblico attento, presente, ma soprattutto vulnerabile. In questo contesto, la musica non è performance ma dialogo, e il successo non si misura in applausi ma in connessioni.

Sicuramente un elemento importante del progetto è il ribaltamento dei ruoli.

Portare giovani artisti nei reparti ospedalieri significa creare uno spazio in cui la musica non è solo performance, ma relazione diretta con le persone che vivono il contesto di cura. Il fatto che siano i pazienti a vestire il ruolo di “giudici” non è una competizione in senso tradizionale, ma un modo per restituire centralità a chi spesso si trova in una condizione di fragilità e isolamento. I pazienti non sono solo spettatori, ma protagonisti attivi dell’esperienza. Allo stesso tempo, per i giovani artisti, Special Stage, in questo senso, è anche un percorso formativo: un laboratorio dove i giovani artisti imparano a conoscere sé stessi, la propria capacità espressiva e il potere trasformativo del suono della loro musica.

Special Cook porta invece giovani chef — anche stellati — a cucinare negli ospedali, trasformando la cucina in un momento di cura, educazione e relazione. Come nasce questo format e quali risultati avete osservato?

Condividere la buona cucina ci permette di offrire conforto, formazione per migliorare le proprie abitudini alimentari e, soprattutto, è il modo migliore per passare del buon tempo insieme.

Dopo le esperienze positive con la musica, abbiamo capito che anche la cucina, proprio perché quotidiana, concreta e fortemente sensoriale, poteva essere un canale per creare connessione. Da qui l’idea di coinvolgere giovani chef e trasformare la preparazione di una ricetta in un momento condiviso con i pazienti.

Nei reparti di pediatria e nei centri che ospitano persone con disabilità il progetto assume la forma di laboratorio di cucina, in cui gli chef cucinano insieme ai pazienti, condividendo calore umano e una sorpresa buona. In altri reparti, come ad esempio quello dei disturbi del comportamento alimentare, il progetto ha invece un carattere formativo, con la realizzazione di show-cooking in grado di supportare ed aiutare i pazienti a migliorare la propria alimentazione e il proprio rapporto col cibo.

I risultati che abbiamo osservato sono molteplici. Innanzitutto, la cucina riesce a riportare alla memoria emozioni e sensazioni talvolta dimenticate, riportando i pazienti a una dimensione familiare e quotidiana, spesso lontana dall’esperienza ospedaliera. Allo stesso tempo, si sviluppa una forte dimensione educativa perché si parla di ingredienti, modalità di cottura, tecniche da usare in cucina, stagionalità e alimentazione.

Dal lato degli chef, l’esperienza rappresenta un cambio di prospettiva, la cucina esce dal ristorante e diventa uno strumento di impatto sociale, dove il valore non è solo nel piatto finale, ma nella relazione che si crea durante l’attività.

In sintesi, Special Cook funziona perché trasforma un gesto quotidiano come cucinare in un’esperienza di cura, partecipazione e scambio, capace di generare benefici concreti sia per i pazienti che per chi mette a disposizione il proprio talento.

Collaborate con ospedali di grande rilievo, tra cui il Policlinico Gemelli, l’Istituto Nazionale dei Tumori, il Niguarda, il San Raffaele e molte altre strutture. Come si costruiscono queste partnership e che valore aggiunto portano ai pazienti?

Le partnership con le strutture ospedaliere nascono innanzitutto dalle relazioni. Spesso da persone che ci seguono o ci conoscono e che lavorano in un ospedale, oppure da contatti indiretti che ci permettono di arrivare a chi opera all’interno delle strutture. Da lì nasce l’opportunità di fissare un primo incontro. Quando presentiamo Officine Buone, l’entusiasmo è sempre molto forte.

Il percorso parte poi da un ascolto attento dei bisogni specifici dei singoli reparti e dei pazienti, e si sviluppa attraverso un approccio concreto, collaborativo e costruito insieme.

Proponiamo format replicabili ma non “standard”. Co-progettiamo le attività insieme al personale sanitario, adattandole alle specificità dei pazienti, ai contesti clinici e alle esigenze organizzative di ogni struttura. . Inoltre, lavoriamo con professionisti qualificati, nel rispetto delle normative e in costante dialogo con il personale medico. Questo permette di costruire relazioni solide e basate sulla fiducia, che nel tempo si trasformano in collaborazioni continuative

Le attività che portiamo contribuiscono a umanizzare l’esperienza ospedaliera, offrendo momenti di normalità, espressione e relazione in un contesto spesso percepito come rigido e distante.

Inoltre, i pazienti diventano parte attiva: non solo fruitori, ma protagonisti di esperienze che stimolano creatività, socialità ed emozioni positive. Questo ha un impatto sul benessere complessivo, migliorando anche il clima del reparto.

Nei reparti pediatrici, nelle RSA e nei centri per persone con disabilità, Special Cook assume forme diverse: laboratori creativi, show-cooking educativi, attività inclusive. Quanto conta la personalizzazione dei format?

La personalizzazione dei format è un elemento centrale. Per questo Special Cook non è un format rigido, ma un modello flessibile che viene adattato ogni volta, in stretta collaborazione con il personale della struttura.

Personalizzare significa, innanzitutto, rispettare le condizioni e le esigenze dei partecipanti: livello di autonomia, capacità motorie, attenzione, stato emotivo. In alcuni casi si privilegia uno show-cooking più frontale e formativo; in altri si costruiscono veri e propri laboratori partecipati.

Personalizzare significa anche adattare il linguaggio adoperato durante l’attività. Nei reparti pediatrici la dimensione ludica e creativa è fondamentale; nei reparti di disturbi del comportamento alimentare entra nella loro dieta quotidiana e segue dei requisiti alimentari specifici; nelle RSA spesso si stimola il valore della memoria e della convivialità; nei centri per persone con disabilità l’attenzione è sull’inclusione e sull’avvio ad un’autonomia.

Questa capacità di adattamento è ciò che rende il progetto realmente efficace. Si tratta di costruire un’esperienza significativa per quel contesto specifico, in cui ogni persona possa sentirsi coinvolta e valorizzata.

Dal 2021 avete ampliato il vostro raggio d’azione anche alle scuole con il progetto “Involontari di Domani”. Perché è così importante parlare di volontariato ai giovani studenti?

Parlare di volontariato ai giovani studenti è fondamentale perché significa intercettare un momento chiave di formazione personale e valoriale.

Con InVolontari di Domani, entriamo nelle scuole proprio per avvicinare i ragazzi a un’idea di impegno sociale concreto, accessibile e divertente. Spesso il volontariato viene percepito come qualcosa “per altri”; il nostro obiettivo è invece far capire che ognuno può contribuire, a partire dalle proprie passioni e competenze.

Attraverso racconti, testimonianze e momenti di confronto, mostriamo come esperienze in ambito sociale, possano diventare occasioni di crescita personale, oltre che di impatto sugli altri.

Inoltre, come detto prima, parlare di volontariato nelle scuole permette di ridurre la distanza e la paura verso certi contesti, trasformandole in curiosità e, spesso, in desiderio di mettersi in gioco.

Infine, quello che proviamo a fare è costruire una nuova generazione di giovani più consapevoli, partecipi e pronti a utilizzare il proprio talento non solo per sé, ma anche come strumento di relazione e cambiamento sociale.

Officine Buone è anche un laboratorio creativo: produzioni audiovisive, campagne di comunicazione, eventi. Quanto pesa la dimensione artistica nel vostro modo di fare volontariato?

La dimensione artistica è centrale nel modo in cui intendiamo il volontariato, è il linguaggio universale che utilizziamo, capace di abbattere barriere e creare connessioni immediate tra persone. Per questo le nostre attività non si limitano all’azione sociale in senso tradizionale, ma diventano anche esperienze culturali e narrative.

Le produzioni audiovisive, le esposizioni, le campagne di comunicazione e gli eventi ci permettono di raccontare il sociale in modo giovane e immediato, coinvolgendo attivamente i ragazzi volontari come creatori di contenuti e di storie. La creatività, inoltre, diventa uno strumento per attivare emozioni, stimolare partecipazione e restituire voce alle persone, trasformando l’esperienza in qualcosa di condiviso e non unidirezionale.

In questo senso, il volontariato per noi non è solo fare, ma anche raccontare e costruire immaginari positivi.

In che modo i giovani volontari crescono — umanamente e professionalmente — grazie alla vostra esperienza?

L’esperienza negli ospedali li mette a contatto con contesti complessi che spesso non conoscono e dove non si sono mai misurati prima, e questo li aiuta a sviluppare maggior empatia, ascolto e capacità di relazione autentica.

Officine Buone rappresenta un vero e proprio laboratorio esperienziale. I giovani hanno la possibilità di mettere in pratica competenze legate alla musica, alla cucina e alla comunicazione, imparando a lavorare con altre persone, a gestire situazioni complesse o di forte carica emotiva e a comunicare in modo efficace con pubblici diversi.

I giovani non solo fanno volontariato, ma scoprono come il proprio talento possa avere un impatto reale e diventare parte del loro percorso di vita e di lavoro.

Quali sono le sfide del futuro? Nuovi format, nuove collaborazioni, nuovi territori da raggiungere?

“Per il futuro”, “ci piacerebbe estendere il contest musicale anche a livello europeo. Abbiamo iniziato a relazionarci con diversi ospedali di altri Paesi e speriamo nei prossimi mesi di avviare in Spagna e Francia le prime date di Special Stage, dopo le prime esperienze avute negli anni scorsi a Londra in due strutture di cura”. Vivone conclude sottolineando “l’alta qualità sonora di Special Stage, contesto in cui scoprire alcuni dei migliori nuovi talenti della musica italiana e allo stesso tempo un modo per riflettere sull’importanza del volontariato e dell’impegno sociale per diventare cittadini migliori”.

🎵 SPECIAL STAGE

Special Stage è il format musicale di punta di Officine Buone: un talent show sociale che porta giovani artisti a esibirsi direttamente nei reparti ospedalieri, trasformando le corsie in palcoscenici e i pazienti in una giuria speciale.

Il progetto nasce con un obiettivo chiaro: valorizzare il talento dei giovani mettendolo al servizio del sociale, creando un’esperienza che unisce musica, relazione e cura.

Come funziona Special Stage

  • Ogni evento coinvolge tre giovani artisti che si esibiscono dal vivo nei reparti.
  • I pazienti diventano pubblico e giudici: attraverso una scheda di valutazione assegnano un punteggio da 1 a 10.
  • Accanto alla giuria popolare c’è una giuria tecnica composta da professionisti del mondo della musica e dello spettacolo, che offre consigli, feedback e un giudizio artistico qualificato.
  • A fine anno, gli artisti con il punteggio più alto accedono alla Finalissima di Special Stage, un grande evento aperto al pubblico.

La Finalissima

La finale è un momento di grande visibilità e celebrazione del talento. Negli anni ha ospitato personalità di rilievo come:

  • Mara Maionchi
  • Caterina Caselli
  • Alberto Salerno
  • Luca De Gennaro
  • Raffaele Razzini
  • Matteo Campese
  • Marco Pontini
  • Paolo Di Gioia

La giuria decreta il vincitore dell’edizione, che riceve un premio speciale in denaro pensato come rampa di lancio per il proprio progetto musicale.

Perché è un progetto unico

Special Stage non è solo un talent: è un’esperienza emotiva e trasformativa. Per i pazienti significa ascolto, distrazione, energia, normalità. Per i giovani artisti significa crescita umana, confronto, responsabilità, consapevolezza. Per gli ospedali significa portare cultura e bellezza in un luogo che ne ha profondamente bisogno.

🍽️ SPECIAL COOK

Special Cook è uno dei format più innovativi di Officine Buone: un talent di cucina sociale e solidale che porta giovani chef — anche stellati — a sfidarsi all’interno degli ospedali. I pazienti non sono semplici spettatori: diventano assaggiatori, giudici, interlocutori, imparano ricette sane e scoprono un nuovo rapporto con il cibo.

Il progetto assume forme diverse a seconda dei reparti:

  • Pediatria e disabilità: laboratori di cucina creativa, momenti di gioco e relazione.
  • Disturbi del comportamento alimentare: show-cooking educativi che aiutano a ricostruire un rapporto sano con il cibo.
  • Reparti adulti: talent vero e proprio con votazioni da 1 a 10 e accesso alla finale.

Special Cook è anche formazione: gli chef ricevono supporto logistico, strumenti e un contesto in cui il loro talento diventa cura.

🎒 INVOLONTARI DI DOMANI

Un progetto dedicato alle scuole, nato per raccontare ai giovani il valore del volontariato e far scoprire loro le tante opportunità presenti sul territorio. L’obiettivo è duplice:

  • educare alla cittadinanza attiva, all’empatia e al dialogo
  • favorire il ricambio generazionale nelle associazioni, offrendo ai ragazzi un’occasione di crescita umana e sociale

Un percorso che aiuta gli studenti a conoscere un volto diverso della città: solidale, attivo, capace di costruire comunità.

🌈 CONCLUSIONE

Officine Buone dimostra che il volontariato può essere innovazione, creatività, talento e partecipazione. Un modello che unisce giovani e comunità fragili, trasformando luoghi di cura in spazi di relazione e bellezza. Un esempio concreto di come la cultura possa diventare cura — e la cura possa diventare cultura.

🙏 RINGRAZIAMENTI

Gaeta News 24 ringrazia Officine Buone per la disponibilità, la visione e l’impegno quotidiano nel portare energia, arte e umanità dove ce n’è più bisogno. Un grazie speciale ai volontari, ai giovani talenti e ai professionisti che rendono possibile tutto questo.

📞 Contatti Officine Buone

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Il talento che cura: il modello Officine Buone

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a cura di: Maria Vaudo