Il “Salotto Battisti” all’Old Station di Gaeta: il Maestro Augusto Amicucci e…. noi “pianisti d’oceano”

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Dalle rotte transoceaniche alla terraferma, tre ex musicisti di bordo si ritrovano a Gaeta per celebrare l’unicum indissolubile del binomio Mogol-Battisti. Un viaggio intimo tra i “pattern linguistici” che hanno colonizzato il nostro DNA emotivo e un passaggio di testimone generazionale che trasforma una serata di musica in un salotto socio-culturale. Racconto di una notte speciale.

Ci sono canzoni che non hanno bisogno di passaporto. Viaggiano veloci, attraversano gli oceani e, ovunque si posino, creano istantaneamente una casa. Lo sa bene il pubblico che ha affollato l’Old Station di Gaeta per una serata speciale interamente dedicata al genio di Mogol-Battisti. Un evento che ho voluto impostare non come un semplice tributo, ma come una vera e propria celebrazione di un patrimonio che unisce più generazioni.

Il vero fulcro musicale della serata è stato il Maestro Augusto Amicucci, cantante e pianista straordinario che da molti anni gira il mondo esibendosi sulle navi della flotta MSC. Augusto ha incantato la platea con una sensibilità interpretativa fuori dal comune, dote indispensabile per reggere l’impatto con un repertorio tutt’altro che facile. La sua scelta non è stata casuale: la sua capacità di far vibrare la sua tastiera e di dare sfumature intime a ogni nota ha dimostrato una padronanza assoluta della scena.

Dietro la magia di questo incontro c’è stato anche un incrocio del destino quasi cinematografico. A fare gli onori di casa c’era infatti Antonio Di Giuseppe, direttore dell’Old Station, mentre a me è toccato il compito di tessere il filo della narrazione e presentare la serata. Il dettaglio straordinario? Tutti e tre, in gioventù, abbiamo condiviso lo stesso passato da pianisti sulle navi da crociera. Questa profonda conoscenza reciproca e la comune sensibilità internazionale hanno creato sul palco un’intesa perfetta.

Nelle mie introduzioni e nei miei commenti durante il concerto, ho voluto mettere in evidenza un concept per me fondamentale: l’unicum indissolubile costituito da questi due compositori, che non ha eguali nella storia della musica pop italiana. E mi viene spontaneo citare Mogol per primo, proprio a sottolineare l’importanza capitale del testo nelle loro canzoni. La forza della sua scrittura sta nell’aver creato dei veri e propri “pattern linguistici” che sono ormai entrati nel patrimonio lessicale e idiomatico dell’italiano contemporaneo. Frasi come “lo scopriremo solo vivendo”, “mi ritorni in mente”, o “un tuffo dove l’acqua è più blu” non appartengono più solo alla musica. Sono diventate espressioni di uso quotidiano, modi di dire universali che usano tutti, non solo le persone della mia età, ma anche i giovanissimi che spesso non sanno nemmeno da dove arrivino.

Il Maestro Amicucci ha saputo restituire magistralmente la doppia anima di questo canone: la straordinaria complessità delle strutture armoniche di Lucio e la fotografica immediatezza delle parole di Mogol. Il viaggio musicale ha attraversato le tappe più significative di questa immensa produzione, regalando anche chicche emozionanti come le introduzioni con la traccia della voce originale di Lucio in brani come E penso a te o Dieci ragazze. È difficile scegliere quando ogni titolo è una pietra miliare, ma l’emozione è salita altissima sulle note di I giardini di marzo, La canzone del sole e Con il nastro rosa, fino ad arrivare alla densità di Pensieri e Parole.

Dal palco ho voluto sottolineare due momenti che mi sono sembrati lo specchio perfetto di questo DNA emotivo collettivo. Mentre la musica scorreva, ho catturato con gli occhi due istantanee bellissime tra il pubblico. Da un lato, una coppia che ha canticchiato quasi tutto il repertorio a memoria, guardandosi negli occhi e tenendosi per mano, trovando in quelle note lo specchio del loro amore. Dall’altro, due genitori che cantavano i brani direttamente al proprio figlioletto, quasi a volergli spiegare l’importanza di quelle parole, cercando di coinvolgere il piccolo in un vero e proprio passaggio di testimone generazionale.

Il concerto si è chiuso tra gli applausi del pubblico, che ha richiamato sul palco il Maestro per un bis caldissimo. Augusto ci ha regalato le intramontabili Eppur mi son scordato di te e Il mio canto libero, prima del nostro saluto finale condiviso con la platea.

È stato un momento intenso, che ha trasformato il locale in un vero e proprio salotto socio-culturale.

Poi, salutati i protagonisti, la notte ha fisiologicamente cambiato rotta: l’atmosfera magica e nostalgica ha lasciato spazio alla musica diffusa del locale e al canto libero degli avventori. Il clima è diventato improvvisamente diverso, più spensierato e leggero… ma quella, ormai, era tutta un’altra musica!

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a cura di: OLIMPIO DI MAMBRO     
Storyteller e Divulgatore Musicale