Il Dott. Giovanni Leuzzi: ricerca, innovazione e qualità della vita nella moderna chirurgia toracica In Evidenza
Intervista al Dott. Giovanni Leuzzi, M.D., Thoracic Surgeon at IRCCS Istituto Nazionale Tumori – Milano e collaboratore di ALCASE Italia
Ricerca, innovazione e qualità della vita: dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano alla collaborazione con ALCASE Italia a sostegno di pazienti e caregiver

Dott. Giovanni Leuzzi, M.D., Thoracic Surgeon presso l’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano
Nel panorama della chirurgia toracica italiana, il Dott. Giovanni Leuzzi rappresenta una figura di riferimento nel trattamento delle neoplasie toraciche e nella ricerca scientifica applicata all’oncologia.
Laureato con il massimo dei voti e lode in Medicina e Chirurgia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma nel 2007 e specializzato con lode in Chirurgia Toracica presso il Policlinico Gemelli nel 2013, ha costruito il proprio percorso professionale maturando esperienze di grande valore presso l’Ospedale Bellaria e l’Ospedale Maggiore di Bologna, l’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma e, dal 2015, presso l’IRCCS Fondazione Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dove ricopre il ruolo di Dirigente Medico di I Livello.
La sua attività clinica si concentra sul trattamento dei tumori del polmone primitivi e secondari, delle neoplasie timiche e mediastiniche, del mesotelioma pleurico, delle metastasi polmonari, dei noduli polmonari, delle patologie della parete toracica e delle neoplasie rare del torace, con particolare attenzione alle tecniche mini-invasive VATS e alle procedure a ridotto impatto chirurgico.
Ricercatore prolifico, autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali e relatore in congressi nazionali e internazionali, il Dott. Leuzzi ha dedicato gran parte della sua attività scientifica allo studio dei tumori toracici rari, dell’immunità nei tumori polmonari e dei modelli prognostici in oncologia toracica. È inoltre referente chirurgico della rete TYME (Italian Collaborative Group for ThYmic MalignanciEs), la principale rete italiana dedicata alle neoplasie timiche.
Negli ultimi mesi è stato protagonista di importanti appuntamenti scientifici internazionali, tra cui il congresso World Conference of Lung Cancer di Seoul, dove ha presentato studi innovativi sulla qualità della vita dei pazienti operati per tumore del polmone e sui fattori prognostici delle neoplasie timiche. Temi che si intrecciano con la missione di realtà come ALCASE Italia, impegnata da anni nella sensibilizzazione e nel supporto ai pazienti affetti da tumore del polmone.
✍️ Intervista al Dott. Giovanni Leuzzi
Per approfondire le nuove frontiere della chirurgia toracica oncologica, il ruolo della ricerca scientifica e l’evoluzione delle cure per i pazienti affetti da tumore del polmone e da altre neoplasie toraciche, Gaeta News24 ha incontrato il Dott. Giovanni Leuzzi, Dirigente Medico presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e tra i principali esperti italiani nel campo della chirurgia toracica oncologica.
Dalla diagnosi precoce alle tecniche mini-invasive, dalla ricerca sui tumori toracici rari all’importanza della multidisciplinarietà, fino alle prospettive offerte dall’Intelligenza Artificiale e ai più recenti studi presentati nei congressi internazionali, l’intervista offre una panoramica completa sulle sfide e sulle opportunità della moderna oncologia toracica.
Dottor Leuzzi, quali sono state le tappe più significative del suo percorso professionale, dalla formazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e il Policlinico Gemelli fino all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, e cosa l’ha spinta a scegliere la Chirurgia Toracica?
Ho iniziato a frequentare la Chirurgia Toracica già durante gli anni di Medicina all’Università Cattolica di Roma e da allora non l’ho più lasciata. Mi ha attratto fin dall’inizio perché è una disciplina tecnicamente complessa, ma allo stesso tempo profondamente oncologica: non si tratta semplicemente di eseguire un intervento, ma di inserirlo nel momento giusto all’interno di un percorso terapeutico spesso multimodale. Dopo la specializzazione al Policlinico Gemelli ho avuto esperienze professionali a Bologna, presso gli Ospedali Bellaria e Maggiore, quindi all’Istituto Regina Elena di Roma e, dal 2015, all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Ogni passaggio mi ha dato qualcosa di diverso e ha progressivamente definito il mio modo di intendere la chirurgia toracica: attività clinica, tecnica chirurgica e ricerca devono procedere insieme.
Quanto hanno contribuito alla sua crescita professionale le esperienze maturate presso l’Ospedale Bellaria e l’Ospedale Maggiore di Bologna, l’Istituto Regina Elena di Roma e l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano?
Moltissimo, perché ho avuto la possibilità di lavorare in realtà con caratteristiche differenti e con professionisti dai quali ho imparato molto. Bologna è stata la mia prima esperienza dopo la specializzazione e mi ha permesso di acquisire maggiore autonomia clinica. Al Regina Elena ho avuto un contatto molto stretto con la ricerca oncologica e proprio in quel periodo si è consolidato il mio interesse per i tumori toracici rari, in particolare per le neoplasie timiche. L’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano rappresenta poi il percorso più lungo della mia attività professionale e il luogo nel quale ho potuto integrare stabilmente chirurgia oncologica, trattamento multidisciplinare e ricerca clinica.
Quali sono oggi le principali patologie che tratta nella sua attività clinica quotidiana e quali rappresentano le sfide più complesse per il chirurgo toracico?
La parte maggiore della nostra attività riguarda naturalmente i tumori primitivi del polmone, ma trattiamo anche metastasi polmonari, tumori del mediastino e del timo, patologie pleuriche, tumori della parete toracica e neoplasie toraciche rare. Le situazioni più complesse sono spesso quelle nelle quali il tumore coinvolge strutture anatomiche importanti oppure arriva alla chirurgia dopo trattamenti sistemici o radioterapici. Oggi, inoltre, la complessità non è soltanto tecnica. Una delle decisioni più difficili è stabilire, nell’ambito dei pazienti con comorbidità maggiori, chi possa essere operato, quando farlo e quale estensione chirurgica sia realmente giustificata dal beneficio oncologico atteso.
Come è cambiato negli ultimi anni il trattamento chirurgico del tumore del polmone e quali vantaggi offre oggi la chirurgia mini-invasiva rispetto alla chirurgia tradizionale?
È cambiato profondamente. La chirurgia è diventata meno invasiva, più precisa e soprattutto più integrata con oncologia medica, radioterapia, diagnostica molecolare e imaging. Tecniche come la VATS o la RATS consentono oggi di eseguire molte resezioni oncologicamente radicali attraverso accessi molto più piccoli rispetto alla toracotomia tradizionale. Questo può tradursi in minor dolore, recupero funzionale più rapido, riduzione della durata della degenza e ritorno più precoce alle normali attività.
Bisogna però evitare un equivoco: la mini-invasività è un mezzo, non l’obiettivo. L’obiettivo resta eseguire l’intervento oncologicamente corretto per quel determinato paziente. Se per ottenere una resezione radicale è necessario un intervento più esteso o un accesso tradizionale, la priorità deve rimanere la qualità e la radicalità oncologica.
Quanto sono importanti la diagnosi precoce e lo screening polmonare per migliorare le possibilità di cura e di sopravvivenza dei pazienti?
Sono fondamentali. Nel tumore del polmone lo stadio alla diagnosi condiziona in maniera decisiva le possibilità terapeutiche e la prognosi. Quando la malattia viene identificata in fase iniziale possiamo spesso proporre un trattamento con intento curativo e, in pazienti selezionati, la chirurgia rappresenta ancora oggi uno dei cardini del trattamento.
Per questo lo screening mediante TC a basso dosaggio nei soggetti ad alto rischio si è dimostrato una delle strategie più importanti per ridurre la mortalità da tumore del polmone. La vera sfida è renderlo sempre più organizzato, accessibile e integrato con programmi efficaci di prevenzione primaria, in particolare con la cessazione del fumo. E questo sta già avvenendo in alcune realtà italiane.
Ricerca e pratica clinica: quanto sono strettamente collegate oggi in oncologia toracica e quali sono gli ambiti di ricerca più promettenti?
Per me sono difficili da separare. Molte delle domande scientifiche più interessanti nascono proprio osservando i pazienti nella pratica quotidiana. La ricerca serve poi a trasformare queste osservazioni in dati e, se possibile, in strumenti capaci di migliorare le decisioni cliniche.
Gli ambiti oggi sono moltissimi: caratterizzazione molecolare dei tumori, immunoterapia e terapie target nelle fasi precoci di malattia, radiomica e integrazione delle immagini con dati clinici e biologici, identificazione di nuovi fattori prognostici e strumenti di Intelligenza Artificiale. Un altro settore che ritengo particolarmente importante è quello degli outcome riferiti direttamente dai pazienti. Non dobbiamo studiare soltanto quanto vive un paziente, ma anche come recupera dopo il trattamento e quale qualità di vita mantiene nel tempo.
Lei ha dedicato molti studi ai tumori toracici rari, alle neoplasie neuroendocrine e alle patologie timiche. Perché queste malattie richiedono competenze altamente specialistiche?
Perché la rarità stessa rappresenta un problema. Un singolo centro o un singolo medico può incontrare relativamente pochi casi e le evidenze scientifiche disponibili sono inevitabilmente inferiori rispetto a quelle che abbiamo per tumori molto più frequenti. Inoltre, soprattutto nei tumori timici localmente avanzati, possono essere necessari resezioni chirurgiche complesse, trattamenti medici di induzione e decisioni multidisciplinari altamente individualizzate.
Per queste patologie è quindi particolarmente importante concentrare l’esperienza, creare reti tra i centri e condividere i dati nei registri, come la rete TYME. È uno dei motivi per cui ho sempre considerato fondamentale il lavoro all’interno di gruppi collaborativi nazionali e internazionali.
Nel 2014 ha ricevuto l’International Thymic Malignancy Interest Group Travel Award. Che significato ha avuto questo riconoscimento nel suo percorso professionale?
È stato un riconoscimento arrivato relativamente presto nella mia carriera e per questo lo ricordo con particolare piacere. Il lavoro riguardava il confronto tra terapia di induzione e chirurgia iniziale nei tumori timici avanzati, un argomento sul quale, a distanza di molti anni, continuo ancora oggi a lavorare e a pubblicare.
Più del premio in sé, fu importante entrare in contatto con la comunità internazionale che si occupava specificamente di queste neoplasie. Mi fece capire quanto, nelle malattie rare, fosse indispensabile uscire dalla logica del singolo centro e costruire collaborazioni più ampie.
Quale contributo hanno dato la Prima Consensus Conference Italiana sulle Neoplasie Timiche e la rete TYME alla ricerca e alla gestione di queste malattie rare?
La Consensus Conference che organizzammo a Milano nel 2017 nacque proprio dalla necessità di mettere intorno allo stesso tavolo chirurghi, oncologi, radioterapisti, radiologi e anatomopatologi per discutere alcuni aspetti ancora controversi della gestione dei tumori timici. Fu un passaggio importante verso una maggiore condivisione delle strategie terapeutiche, contribuendo alla definizione di linee guida a livello nazionale.
La rete TYME ha permesso di fare un ulteriore salto di qualità: raccogliere dati provenienti da numerosi centri italiani e trasformare casi che, isolatamente, sarebbero numericamente limitati in una casistica nazionale molto ampia. Questo consente di studiare quesiti clinici difficilmente affrontabili in un singolo centro e di produrre evidenze ancora più specifiche per una patologia rara come quella dei tumori timici.
Recentemente ha partecipato al congresso internazionale WCLC di Seoul. Quali risultati ha presentato e quale riscontro ha ricevuto dalla comunità scientifica internazionale?
A Seoul ho presentato due studi ai quali tengo particolarmente perché rappresentano due filoni diversi della mia attività scientifica.
Il primo riguardava pazienti operati per tumore del polmone non a piccole cellule in stadio I e mostrava come la qualità di vita e alcuni aspetti funzionali valutati a distanza di un anno dall’intervento potessero fornire informazioni anche sulla prognosi successiva. È un concetto importante perché sposta l’attenzione dal solo evento chirurgico al percorso del paziente nel tempo: il recupero funzionale non deve essere considerato soltanto una conseguenza del trattamento, ma può diventare un vero outcome clinico da studiare.
Il secondo lavoro, basato sul database nazionale TYME, riguardava i timomi con invasione degli organi mediastinici e cercava di identificare fattori prognostici ulteriori rispetto alla sola classificazione TNM. Anche in questo caso il messaggio è che pazienti formalmente appartenenti allo stesso stadio possono avere caratteristiche e prognosi molto differenti.
Il confronto tra vari specialisti in un congresso internazionale come il WCLC è particolarmente utile proprio perché permette di discutere questi risultati con gruppi che lavorano sugli stessi problemi in contesti diversi.
Da tempo collabora con ALCASE Italia. Quanto è importante il ruolo delle associazioni dei pazienti nella lotta contro il tumore del polmone e nella diffusione di una corretta informazione scientifica?
È estremamente importante. Le associazioni dei pazienti riescono spesso a intercettare domande, paure e necessità che noi medici, concentrati inevitabilmente sugli aspetti clinici, possiamo non sempre cogliere pienamente.
La collaborazione con ALCASE Italia nasce anche da questo. Cerco di affrontare temi legati alla chirurgia, al recupero e alla qualità di vita con un linguaggio comprensibile, senza però semplificare eccessivamente l’informazione scientifica. Internet offre un’enorme quantità di informazioni, ma non sempre è semplice distinguere le informazioni affidabili. Credo quindi che medici, società scientifiche e associazioni abbiano anche la responsabilità di contribuire insieme a una comunicazione corretta.
Esiste inoltre un secondo livello, altrettanto importante: coinvolgere sempre di più i pazienti nella ricerca. Capire quali siano per loro gli outcome realmente rilevanti può modificare le domande che noi stessi poniamo nei nostri studi.
Oggi si parla sempre più di qualità della vita come parametro fondamentale accanto alla sopravvivenza. Perché questo aspetto è diventato così importante nella valutazione delle cure oncologiche?
Perché curare un tumore non può significare soltanto prolungare la sopravvivenza. Naturalmente guarigione e controllo oncologico rimangono gli obiettivi prioritari, ma dobbiamo chiederci anche in quali condizioni fisiche, psicologiche e sociali il paziente vive dopo il trattamento.
In chirurgia toracica questo è particolarmente evidente. Due interventi possono essere entrambi tecnicamente riusciti e oncologicamente radicali, ma avere conseguenze differenti in termini di dispnea, dolore, fatigue, autonomia o ritorno alla vita quotidiana.
La qualità di vita riportata direttamente dal paziente ci restituisce informazioni che non possiamo ricavare da una TAC o da un esame del sangue. Per questo penso che i “patient-reported outcomes” debbano entrare sempre più stabilmente sia nella ricerca sia nella pratica clinica.
Nel recente incontro multidisciplinare di Catanzaro si è parlato molto di centralità del paziente. Quanto conta oggi il lavoro di squadra tra chirurghi, oncologi, pneumologi, radioterapisti, radiologi e anatomopatologi?

Dott. Giovanni Leuzzi, M.D., Thoracic Surgeon | IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano al Congresso di Catanzaro
Conta moltissimo. Oggi nessuno può pensare di trattare da solo un tumore del polmone, nemmeno in stadio iniziale. Anche la decisione apparentemente più chirurgica dipende da una serie di informazioni che arrivano da altre discipline: caratteristiche radiologiche, stadiazione, diagnosi patologica e molecolare, possibilità di trattamento sistemico o radioterapico, funzionalità respiratoria e condizioni generali del paziente.
Nei casi complessi la domanda non dovrebbe essere semplicemente “questo tumore è operabile?”, ma piuttosto “qual è la migliore sequenza terapeutica per questo paziente?”. È una differenza sostanziale. La multidisciplinarietà non dovrebbe essere una riunione formale, ma un vero processo decisionale condiviso.
Che ruolo potrà avere l’Intelligenza Artificiale nella diagnosi precoce, nella pianificazione chirurgica e nello sviluppo di percorsi terapeutici sempre più personalizzati?
Credo che avrà un ruolo molto importante, anche se probabilmente diverso dall’immagine quasi fantascientifica che a volte ne viene data. Abbiamo oggi una quantità enorme di informazioni: immagini radiologiche, dati anatomopatologici e molecolari, parametri clinici, dati perioperatori e informazioni riportate dai pazienti. L’Intelligenza Artificiale può aiutarci soprattutto a integrare questi livelli informativi e a riconoscere pattern difficili da identificare con gli strumenti tradizionali.
Nello screening potrà supportare l’identificazione e la caratterizzazione dei noduli; nella pianificazione chirurgica può contribuire alla ricostruzione anatomica e alla valutazione della complessità dell’intervento; nella ricerca potrà integrare radiomica, dati clinici e informazioni biologiche per sviluppare modelli prognostici sempre più sofisticati.
Non credo però che sostituirà la decisione clinica. Il suo valore sarà aumentare la quantità e la qualità delle informazioni disponibili al medico. La responsabilità di interpretarle e discuterle con il paziente, però, resterà nostra.
Quali consigli darebbe ai giovani medici che desiderano intraprendere una carriera nella chirurgia toracica e nella ricerca oncologica?
Consiglierei soprattutto di stare molto in reparto, in sala operatoria e vicino ai pazienti. All’inizio bisogna vedere tanti casi, seguire tutto il percorso clinico e cercare di capire non soltanto come si esegue un intervento, ma perché quel paziente viene operato e perché viene scelta proprio quella strategia.
In sala operatoria serve molta pazienza: osservare, fare domande, imparare dai passaggi più semplici e assumersi progressivamente maggiori responsabilità.
Allo stesso tempo consiglierei di iniziare presto a occuparsi di ricerca e di metodo scientifico. Non necessariamente per pubblicare molto, ma per imparare a porsi le domande corrette, leggere criticamente la letteratura e capire il valore e i limiti dei dati.
Infine, credo sia fondamentale muoversi, conoscere altri centri e altri gruppi, partecipare alle società scientifiche e costruire collaborazioni. Oggi la ricerca più interessante, soprattutto in oncologia, difficilmente nasce dal lavoro isolato di una singola persona.
Come immagina l’oncologia toracica nei prossimi dieci anni e quali saranno, secondo lei, le innovazioni più importanti?
Penso che assisteremo a una progressiva riduzione dei confini tradizionali tra le diverse discipline. Il trattamento sarà sempre meno definito soltanto dallo stadio anatomico e sempre più dalla biologia del tumore e dalle caratteristiche del singolo paziente.
Avremo probabilmente screening più efficaci, una caratterizzazione molecolare sempre più precoce, nuovi trattamenti sistemici prima e dopo la chirurgia (anche negli stadi inziali) e strumenti di imaging e Intelligenza Artificiale capaci di supportare decisioni più personalizzate.
Anche la chirurgia cambierà: diventerà ancora più precisa e meno invasiva quando possibile, ma contemporaneamente potrà essere inserita in strategie multimodali oggi difficili da immaginare, anche in pazienti con malattia molto avanzata. Credo inoltre che aumenterà l’attenzione a ciò che accade dopo la cura oncologica: recupero funzionale, qualità di vita e survivorship diventeranno veri endpoint del trattamento, non aspetti secondari.
Quale messaggio desidera rivolgere ai pazienti, alle loro famiglie e alle associazioni che ogni giorno li accompagnano nel percorso di cura?
Direi innanzitutto di non considerare mai una diagnosi come qualcosa che debba essere affrontato da soli. Il tumore del polmone è ancora una malattia importante, ma negli ultimi anni le possibilità diagnostiche e terapeutiche sono cambiate in maniera straordinaria e continuano a evolvere molto rapidamente.
È fondamentale affidarsi a percorsi multidisciplinari presso centri ad alto volume per ricevere informazioni corrette, comprensibili e aggiornate. Al tempo stesso noi medici dobbiamo ricordarci che dietro ogni decisione terapeutica non esiste soltanto una malattia, ma una persona e una famiglia con le proprie priorità, paure e aspettative.
Alle associazioni dei pazienti va riconosciuto un ruolo sempre più importante: non soltanto nel supporto e nell’informazione, ma anche nel farci comprendere meglio quali siano i bisogni reali delle persone che curiamo. La ricerca e la medicina migliorano veramente quando professionisti e pazienti riescono ad ascoltarsi reciprocamente.
🔚 Conclusione
La storia professionale del Dott. Giovanni Leuzzi racconta un cammino caratterizzato da studio, competenza scientifica e costante attenzione al paziente. Dalla formazione presso il Policlinico Gemelli fino all’attività svolta oggi presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, il suo contributo ha accompagnato l’evoluzione della chirurgia toracica moderna, promuovendo una visione della medicina in cui multidisciplinarietà, innovazione e qualità della vita procedono di pari passo.
Le sfide future dell’oncologia toracica passano dalla diagnosi precoce all’Intelligenza Artificiale, dalla medicina personalizzata alla collaborazione tra specialisti e centri di eccellenza. Per affrontarle saranno fondamentali competenze sempre più avanzate, ricerca clinica di qualità e una crescente attenzione ai bisogni della persona, valori che da anni caratterizzano l’attività del Dott. Leuzzi e del suo team.
GaetaNews24 ringrazia il Dott. Giovanni Leuzzi per la disponibilità e per aver condiviso la professionalità e il prezioso contributo offerto attraverso questa intervista, che ha permesso di approfondire temi fondamentali per il presente e il futuro dell’oncologia toracica.
Un sentito ringraziamento va inoltre ad ALCASE Italia per il costante impegno nella divulgazione scientifica, nel supporto ai pazienti affetti da tumore del polmone e alle loro famiglie e nella promozione di una cultura della cura fondata sull’informazione, sulla consapevolezza e sull’attenzione alla qualità della vita.
Infine, un riconoscimento a tutti i professionisti sanitari, ai ricercatori, alle associazioni dei pazienti e ai caregiver che, ogni giorno, contribuiscono con competenza e dedizione a migliorare il percorso di cura e di assistenza delle persone affette da patologie oncologiche.
Contatti del Dott. Giovanni Leuzzi
E-mail: Giovanni.leuzzi@istitutotumori.mi.it
Segreteria Chirurgia Toracica: segreteria.chirurgiatoracica@istitutotumori.mi.it
Linkedin: Giovanni Leuzzi
Dott. Giovanni Leuzzi
M.D., Thoracic Surgeon
IRCCS Istituto Nazionale Tumori
Referente chirurgico della rete TYME
Collaboratore ALCASE Italia
Via Giacomo Venezian, 1 20133 Milano
Il Dott. Giovanni Leuzzi ricerca, innovazione e qualità della vita
Copyright – © Testi e immagini contenuti su www.gaetanews24.it sono soggetti a copyright. Tutti i diritti riservati
Visualizzazioni: 385a cura di: Maria Vaudo



