«Λέγε εἰδώς», parla sapendo. L’eredità umana e professionale di Giovanni Scambia nelle parole di Giusy Palermo

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Ci sono persone che lasciano un segno non soltanto per ciò che hanno realizzato, ma per il modo in cui hanno vissuto la propria responsabilità verso gli altri. Nel ricordo del Professor Giovanni Scambia, medico, scienziato e punto di riferimento per generazioni di pazienti e professionisti, emerge una lezione che va oltre la medicina e tocca il senso stesso del rapporto umano: il valore della parola quando è sostenuta dalla conoscenza, dall’ascolto e dalla responsabilità.

A questa dimensione profonda del suo insegnamento è dedicata la riflessione di Giusy Palermo, che individua nell’antica espressione greca «Λέγε εἰδώς» (“Parla sapendo”) la chiave per comprendere uno dei tratti più autentici della personalità del Professore. Un principio che Giovanni Scambia ha incarnato ogni giorno, nella pratica clinica, nella ricerca e nel rapporto con le persone che si affidavano a lui.


«Λέγε εἰδώς», Parla sapendo.

Sono due parole, ma racchiudono un pensiero preciso, perché non invitano a parlare di più, invitano a sapere perché si parla, da dove nasce ciò che si afferma e quali conseguenze può avere sulla persona che ascolta. Nel pensiero greco la parola non era separata dalla ragione e il termine lógos comprendeva entrambe, il discorso e il pensiero che gli dava forma, ed è questo il filo che, in modi diversi, ritroviamo in Socrate, Platone e Aristotele.

Giovanni Scambia aveva un rapporto severo con la parola, non la usava per esibire ciò che sapeva né per rendere difficile quello che poteva essere spiegato con chiarezza, parlava quando aveva davvero qualcosa da dire e prima di farlo studiava, osservava, ascoltava. Le sue affermazioni venivano dal lavoro, dalla conoscenza e dall’esperienza delle tante decisioni che aveva dovuto prendere, sapendo che ciascuna di esse avrebbe avuto conseguenze concrete sulla vita delle persone.

Nel suo modo di essere medico, sapere voleva dire possedere una competenza e rispondere dell’uso che se ne faceva, perché quando un medico parla della malattia, chi gli sta davanti non riceve soltanto un’informazione, cerca di capire che cosa accadrà alla propria vita e può trovarsi, in pochi minuti, a dover immaginare un futuro diverso da quello pensato fino a poco prima. Una diagnosi, una terapia, la necessità di un intervento appartengono alla scienza, ma dal momento in cui vengono comunicate entrano nella storia di una persona, nelle sue paure, nelle domande che porterà con sé e nel modo in cui guarderà al proprio futuro.

Il Professore questo lo sapeva e perciò non gli bastava avere ragione sul piano scientifico, doveva anche trovare le parole adatte, scegliere il momento in cui pronunciarle e capire chi aveva davanti. La dimensione umana della medicina, per lui, non consisteva nel modificare la verità per renderla meno difficile, ma nel riconoscere il peso che avrebbe avuto nella vita di chi la riceveva.

Poteva essere diretto e quella chiarezza apparteneva al suo modo di rispettare la persona, perché chi si rivolgeva a lui poteva ricevere una risposta difficile, ma non una risposta improvvisata. Quando non disponeva ancora di tutti gli elementi continuava a studiare e a cercare, senza trasformare un’ipotesi in una certezza e senza affidare una decisione alla fretta.

Era questa la misura del suo parlare ed era anche la ragione per cui veniva ascoltato. Il ruolo che ricopriva e il percorso professionale che aveva compiuto contavano, ma le sue parole avevano valore perché erano sostenute da ciò che conosceva e dalla responsabilità con cui lo comunicava. Anche quando diceva poche cose, si comprendeva che erano state pensate e che nulla di ciò che riguardava la vita di una persona veniva trattato con approssimazione.

«Parla sapendo» acquista allora, pensando a Giovanni Scambia, un significato concreto. Vuol dire conoscere prima di giudicare, comprendere prima di decidere e ricordare che una parola, una volta pronunciata, diventa parte dell’esperienza di chi la riceve. Il Professore aveva fatto di questo principio il proprio modo di lavorare, di assumere le decisioni e di stare accanto alle persone che si affidavano a lui.

Prima della parola, c’era il pensiero, e quel pensiero comprendeva anche la persona che gli stava davanti.

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a cura di: Maria Vaudo