2 novembre. Il passato non è dietro di noi
Papa Leone XIV e l’ulivo millenario in una visione transrealista della memoria
Non sono molte le opere che riescono ad affrontare il tema dei defunti senza ricorrere alla malinconia, alla commemorazione rituale o a simboli ormai consumati dall’abitudine. La grafica realizzata da Francesco Guadagnuolo per il 2 novembre percorre una strada diversa. Non invita a guardare indietro. Invita a guardare accanto.
L’opera dal titolo: “Papa Leone XIV e le radici del tempo” s’impone subito per la sua forza essenziale. Dentro uno schermo televisivo appare Papa Leone XIV mentre avanza rapidamente da destra verso sinistra. Sul lato opposto, quasi a occupare l’intera struttura visiva dell’opera, si sviluppa il fitto intreccio delle radici di un ulivo millenario. In alto domina un grande sole rosso, immobile e magnetico, che osserva silenziosamente l’intera scena. Potrebbero sembrare elementi lontani tra loro. Eppure tutto nell’opera grafica suggerisce il contrario.
Il punto decisivo non riguarda la presenza del Pontefice o quella dell’ulivo ma il rapporto che s’instaura tra le due immagini. Papa Leone XIV non si dirige verso le radici e non se ne allontana. Cammina parallelamente ad esse. È un dettaglio compositivo che contiene il significato più profondo dell’intero lavoro.
L’artista rinuncia alla più prevedibile rappresentazione del passato come luogo distante e concluso. Le radici non vengono collocate dietro il cammino dell’uomo. Procedono lungo lo stesso orizzonte.
Da una parte la storia. Dall’altra la memoria. Entrambe in movimento.
Le generazioni scomparse non appaiono come una presenza remota affidata al ricordo. Continuano ad accompagnare il presente, come le radici accompagnano l’albero che cresce. È una lettura del 2 novembre insolita e per certi aspetti controcorrente, perché sostituisce l’idea della perdita con quella della continuità.
In questo senso l’ulivo assume un ruolo centrale. Albero della durata, della pace e della civiltà mediterranea, qui non viene rappresentato attraverso il tronco o la chioma ma attraverso ciò che normalmente resta nascosto. Guadagnuolo porta in superficie il sistema radicale, la parte invisibile dell’albero, trasformandola in metafora della memoria collettiva. Le radici diventano il luogo dove si stratificano esperienze, culture, affetti e destini individuali. Tutto ciò che non vediamo e che tuttavia continua a sostenere la vita.
L’originalità dell’opera emerge anche attraverso il linguaggio grafico. Le radici e la figura del Pontefice condividono la stessa tensione del segno. Il nero profondo che costruisce il groviglio radicale e il bianco che definisce la figura papale non appartengono a universi separati. Nascono dalla stessa energia espressiva. Il tratto è rapido, incisivo, quasi scavato nella materia dell’immagine. Non descrive, incide.
Si ha l’impressione che Papa Leone XIV e le radici provengano dalla medesima sorgente grafica e simbolica, come se la storia visibile e la memoria invisibile fossero manifestazioni differenti di una sola realtà. È probabilmente questo l’aspetto più riuscito della composizione.
Il significato non viene affidato soltanto ai simboli rappresentati ma al modo in cui essi vengono costruiti. La grafica diventa pensiero. Il segno diventa contenuto.
Anche il colore partecipa a questa tensione. Le grandi campiture giallo-frumento evocano la terra, il raccolto, il lento lavoro del tempo. Su questo sfondo si stagliano il bianco del Pontefice, il nero delle radici sul bianco e il rosso del sole. Una tavolozza ridotta, ma capace di generare una notevole intensità visiva.
Il sole rosso domina la parte superiore dell’opera senza trasformarsi in un elemento narrativo. La sua presenza sfugge ad una definizione univoca. Può essere alba o tramonto, principio o compimento, nascita o ritorno. È un segno aperto, destinato a restare sospeso tra interpretazioni differenti. Ed è proprio quest’ambiguità a conferirgli forza.
Nella ricerca transrealista di Francesco Guadagnuolo il reale non viene mai abbandonato. Viene attraversato per raggiungere un’altra profondità. Anche in questa opera la televisione, la figura del Papa, l’ulivo e il sole conservano la propria identità riconoscibile, ma entrano progressivamente in una dimensione diversa, dove cronaca, memoria e visione finiscono per coincidere.
L’immagine dedicata al 2 novembre non celebra dunque la morte. Riflette sulla permanenza.
Non parla dell’assenza. Parla di ciò che continua a restare.
La figura del Pontefice e l’antico sistema di radici procedono lungo linee parallele che non s’incontrano e non si separano mai. Come la memoria e la storia. Come i vivi e i morti. Come il tempo che passa e ciò che, nonostante tutto, continua a nutrire il presente.
È in questa intuizione, allo stesso tempo semplice e profonda, che risiede il valore più autentico dell’opera: ricordarci che il passato non è dietro di noi. Cammina accanto a noi.
Visualizzazioni: 38a cura di: Francesco Guadagnuolo

